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Storia delle Web Radio2017-08-10T14:37:05+00:00

Storia delle Web Radio

Dalla nascita ai giorni nostri

La storia delle Web Radio viaggia in parallelo con lo sviluppo e la crescita della rete internet in Italia e nel mondo. Chiaramente la maggior parte delle vicende iniziano dagli Stati Uniti, paese con il principale merito, nel bene e nel male, di aver dato vita alla rete internet, così come la conosciamo.

Gli attori coinvolti nell’evoluzione delle stazioni radio online sono diversi, così come nella buona tradizione della Storia della Emittenza Radiofonica.

Raccontare la storia delle Web Radio, in Italia, non è cosa semplice: da un lato il tema sconta una grave mancanza di attenzione ed opportuna conoscenza da parte degli organi competenti non godendo di particolare fiducia, dall’altro l’emittenza radiofonica sul web sta assistendo ad una smaterializzazione della professione a discapito della qualità. La Web Radio insomma non è vista come uno strumento destinato a crescere e le sue potenzialità sono gravemente sottovalutate, paradossalmente, da chi la web radio vorrebbe farla.

La nascita delle Web Radio e il ruolo del RIAA

Quella delle Web Radio è una storia abbastanza recente, e anche se non esiste una data certa che ne attesti la nascita, l’inizio del fenomeno si potrebbe collocare intorno al 1992/1993 cioè quando Carl Malamud, esperto di nuove tecnologie e sostenitore del “pubblico dominio”, tramite il progetto “Internet Talk Radio”, talk show radiofonico fruibile tramite web, intervistava settimanalmente esperti di informatica.
Le trasmissioni avvenivano all’interno degli studi della KRFC AM 1313, emittente radiofonica della San Francisco Bay, e riproposti il giorno seguente all’indirizzo, non più esistente, archives.krfc.com.

Oggi tale attività la definiremmo Radio On Demand o più semplicemente Podcast.

Del primordiale progetto è rimasta traccia attraverso il sito http://museum.media.org/radio/ che raccoglie un archivio con diverse registrazioni originali dell’”epoca”. L’intento è di riuscire nel tempo a rielaborare e rendere disponibili ulteriori “vecchi” contributi sonori.

Dal 1995, anno in cui Progressive Networks, azienda fondata da Rob Glaser oggi RealNetworks, Inc., realizzò la prima release del software RealAudio, seguita quasi immediatamente da Nullsoft e Microsoft che realizzarono a loro volta player per usufruire contenuti in streaming, iniziarono i primi esperimenti di trasmissioni Live.

Negli anni successivi, mentre internet iniziava ad entrare nelle case dei cittadini del mondo e tramite un lento processo di alfabetizzazione informatica, iniziarono a cambiare le abitudini sociali e le possibilità di fruizione sopratutto nel settore audiovisivo.

Napster, giusto per fare un esempio, rivoluzionò per sempre il mercato discografico. L’idea che si trovava alla base del noto software, era piuttosto semplice. Tramite il programma client installato nel pc dell’utente, era possibile condividere qualunque tipo di file tra gli internauti connessi da ogni parte del globo. Dal punto di vista sociale fu una rivoluzione. Fino a pochi mesi prima era impensabile, infatti, poter scambiare e condividere velocemente contenuti da un continente ad un altro.

L’industria audiovisiva fu ovviamente meno entusiasta e, come spesso accade nelle fasi rivoluzionarie e di innovazioni tecnologiche, contrastò con tutti i mezzi il cosiddetto file-sharing (condivisione di file all’interno di una rete). Con il senno di poi, qualche anno più tardi, le grandi Major cambiarono idea in merito alle opportunità offerte dalla rete iniziando ad offrire contenuti audiovisivi tramite internet (il mercato discografico italiano nei primi sei mesi del 2014 è cresciuto del 7% rispetto al 2013 per un totale di 53,6 milioni di euro, dei quali il 43% proveniente dal segmento digitale, grazie ai diversi modelli di business innovativi e ormai disponibili per i consumatori fimi.it).
Esistevano degli interessanti motivi per cui l’industria audiovisiva avrebbe potuto cogliere i vantaggi del web.
Si pensi, ad esempio, al repertorio fuori catalogo che per ragioni di costi/investimenti le Major non reintroducevano nel mercato. Per gli acquirenti era impossibile reperire un disco o un film se non tramite il mercato dell’usato (dove l’industria non ne avrebbe comunque tratto profitto) o, appunto, tramite il file-sharing. Ad oggi, fortunatamente, è possibile usufruire di un vasto catalogo.

Contestualmente in America, paese che aveva un certo vantaggio dal punto di vista dell’esperienza dei mass media, si iniziò a pensare come poter proteggere e tutelare le opere coperte da Copyright in rete e il 28 ottobre del 1998, dopo alcuni anni di studi e proposte, il presidente degli Stati Uniti dell’epoca, Bill Clinton, firma il Digital Millennium Copyright Act. Il DMCA, fortemente voluto e sostenuto dall’industria audiovisiva, venne emanato allo scopo di rafforzare le protezioni del copyright contro le nuove minacce poste dalla rete e dalle innovazioni tecnologiche. Il mondo della rete è ancora diviso sugli effetti del DMCA tra oppositori e sostenitori. Fu grazie al Digital Millennium Copyright Act che le Major riuscirono ad imporre a tutte le web radio dell’epoca il pagamento di royalties per la musica da loro trasmessa.

Il RIAA, in questa nuova crociata, conta da subito sull’appoggio dell’Ufficio americano del copyright che emette prontamente un parere formale secondo il quale le emittenti web non sono esenti dal pagamento dei diritti d’autore quando trasmettono musica via Internet.

In questa battaglia per il controllo dei diritti la RIAA conta però su altri preziosi alleati: le net-companies in attesa di far decollare i propri business su Internet non appena fosse cessata la distribuzione o lo scambio di musica on-line, che ancora oggi avviene in modo perlopiù illegale o incontrollato.

E’ un duro colpo per le sorelle web radio americane: come le nostre emittente libere degli anni ’70, anche in america nel 2001 si assiste al dimezzamento delle web radio. Certamente un attacco forte ma non sufficiente a fermare l’espansione naturale del fenomo.

L’accordo di Londra

Nel 2003 a Londra, viene stipulato un nuovo accordo che prevede una licenza unica per poter trasmettere musica in streaming.
Obiettivo dell’accordo è porre fine ad anni di incertezze riguardo lo status giuridico delle Radio Internet e rendere più trasparenti i rapporti tra queste ultime e i detentori dei diritti di proprietà intellettuale. I discografici, promotori di questo accordo, hanno sottolineato come le attività di web casting rappresentino un settore economico emergente che contribuisce allo sviluppo del business sul nuovo medium. A proposito della licenza unica, Jay Berman, presidente e amministratore delegato dell’associazione internazionale del settore IFPI ha dichiarato che “questa è un’altra pietra miliare nello sviluppo dei servizi di musica su internet.”
Prima di questo accordo, ottenere licenze per la trasmissione multiterritoriale su Internet, per esempio in Europa, era difficile e richiedeva molto tempo. Ma non è questa la sola ragione che ha portato questo passo avanti: era infatti fondamentale per le società di collecting nazionali, strutturare un sistema che rimuovesse questi ostacoli. Tutto questo, naturalmente, ha entusiasmato i discografici da lungo tempo alla ricerca di nuovi modelli di business in grado di rivelarsi vincenti nell’era digitale, un’era che ha fin qui visto crescere in modo straordinario la condivisione, senza controllo, di musica e altri contenuti tra milioni di utenti internet e, solo negli ultimi tempi, un mercato legale del download e dello streaming.

Da questo si può iniziare a intuire e perché no, anche sospettare, che la licenza unica sia stata voluta solo ed esclusivamente per trovare rimedio al download illegale da parte di utenti sconosciuti nei confronti dei discografici.

Di conseguenza la Web Radio sarebbe stata presa di mira come buon mezzo per rimediare a danni causati da terzi, non certo dagli editori del Web la cui unica colpa è stata quella di avere una passione infinita per il mezzo di comunicazione radio e le nuove tecnologie.

La Web Radio in Italia

Spostandoci dalle avventure d’oltre oceano per osservare il panorama italiano, lo spettacolo in realtà non cambia affatto, anzi.

L’avvento delle prime Web Radio è di poco successivo a quello americano, datato intorno al 1998 e, come accaduto negli Stati Uniti, il nuovo mezzo di comunicazione non è accolto come media all’avanguardia, dal potenziale tutto da scoprire.

Anche oggi la Web Radio è vista con una sorta di diffidenza e anche per questo e’ lasciata in un sistema privo di regolamentazione (ad esempio, quale forma giuridica attribuirgli).
In ogni caso, oggi per aprire una Web Radio in Italia, e’ necessario:

1) sottoscrivere una Licenza SIAE, come persona fisica o Web Radio Personale, versando una quota “una tantum” di 250€ circa, annuali, senza ovviamente fare del “commercio”, o come Emittente Radio con un costo molto piu’ elevato di 200€ circa mensili.

2) sottoscrivere un accordo con la S.C.F., consorzio che racchiude le piccole e grandi mayor discografiche, pari al 90% del mercato italiano. Per poter trasmettere musica coperta da questo 90% bisogna pagare dazi molto superiori rispetto a quelli della SIAE (gia’ esosi). In particolare 2€ a canzone oltre che 0,001 € a passaggio, oppure nel caso delle Web Radio Personali un costo di 350,00€ una tantum.

3) sottoscrivere un abbonamento per il servizio Streaming, e qui il discorso varia.

Quanto costa aprire una Web Radio in Italia?

Per aprire una web radio, senza fini di lucro, occorrono: 200 euro all’anno per SIAE (non una cifra esorbitante, ma comunque impegantiva per una radio senza fine di lucro) piu’ contratto SCF.
Un altro preventivo di inizio attività radiofonica commerciale sul web: Licenza S.I.A.E. 2400,00€ all’anno – Archivio musicale minimo calcolato in un solo mese di trasmissione, quindi quasi 10000 brani per l’S.C.F. siamo già a 20000,00€ – se includiamo anche un servizio Streaming medio con una contemporaneità di 35 utenti siamo sugli 80,00 mensili. Di conseguenza, avremo questo risultato: 2400,00€ SIAE + 20000,00€ SCF + 960,00€ Servizio Streaming = 23360,00€. Il calcolo, chiaramente, e’ stato fatto nella migliore delle ipotesi, ovvero considerando una contemporaneità di 35 utenti fissi e, nonostante tutto, per una concessionaria pubblicitaria sarebbe un’impresa ardua riuscire a vendere uno spazio pubblicitario con questi numeri. Bisogna anche considerare che è raro trovare sponsor molto generosi, soprattutto in Italia, soprattutto di questi tempi. La domanda, di conseguenza, come diceva un famoso personaggio televisivo degli anni ’80, “Nasce Spontanea” & Come riuscirebbe, quindi, a vivere una Web Radio? Da un recente sondaggio, svolto in collaborazione con emittenti web italiane, infatti, nessuna e’ riuscita ad ammortizzare i costi di inizio attivita’ se non con attività parallele, altre ad esempio hanno già chiuso.

Le prospettive

Dalla Nascita della WRA, avvenuta nel luglio del 2005, non e’ cambiato molto in Italia, ma qualcosa si sta muovendo.
Sono stata infatti siglate delle Convenzioni con le societa’ che forniscono Servizi di Streaming, Software di Automazione Radiofonica, Servizi Giornalistici, e accordi con alcune Etichette. Inoltre, la WRA ha offerto supporto e indicazioni utili, sull’avvio di nuove attivita’ radiofoniche sul Web.
Ancora non e’ chiaro, pero’, il discorso sui Diritti d’Autore e Diritti Connessi, ma sono iniziate varie trattative con la S.I.A.E. (Societa’ Italiana Artisti ed Editori) e la S.C.F. (Societa’ Consortile Fonografici) per capire i ruoli di entrambi e sopratutto arrivare ad ottenere tariffe giuste e adeguate su quella che e’ l’effettiva realtà delle Web Radio in Italia.
Nel caso della Siae, la WRA e’ riuscita ad ottenere un abbattimento del 5% sulle tariffe delle Emittenti personali ed istituzionali e una formidabile opportunità per le Web Radio Commerciali, ottenendo la diminuzione del 50% sulle tariffe mensili per le attività che hanno introiti inferiori ai 3000,00 Euro annuali.
Da sottolineare la posizione della S.I.A.E che, nel rilasciare delle proprie licenze, limita diritti spettanti ai produttori di fonogrammi nonche’ agli artisti interpreti o esecutori.
La S.C.F, che dovrebbe incassare questi ultimi si e’ dimostrata disponibile nel venire incontro alle esigenze delle Web Radio e attualmente sono in fase avanzate trattative su una eventuale convenzione.

Brutte Notizie, invece, sul fronte delle Autorità competenti. Il Ministero delle Comunicazioni riconosce la Web Radio, o per lo meno ne ha sentito parlare e riconosce anche il fatto che non e’ stata, ancora, regolamentata, lasciando questo fenomeno in una fase di stallo in attesa di normative europee.

Diversa la posizione dell’Agcom che definisce chi esercita l’attivita’ di Webcasting dei normalissimi Fornitori di Contenuti attraverso Rete Telematica, che in questo caso è il Web, in quanto per l’Agcom e’ definita attivita’ radiofonica, l’emittente con regolare frequenza terrestre o satellitare.
Da queste premesse deriva la “pseudo” regolamentazione che stabilisce:

1) Iscrizione alla Camera di Commercio, Iscrizione al R.O.C. e Licenza Siae nel Caso di Attività Commerciale
2) Costituzione di Associazione, Iscrizione al R.O.C. e Licenza Siae nel caso di Attività Amatoriali, Istituzionali etc etc
Non sono previste, quindi, attività di persone fisiche.